C’è un’ora del mattino in cui il mondo tace ancora, le strade dormono e il cielo comincia appena a schiarirsi. È in quell’ora. le 4:30, ogni giorno. che ha preso forma una delle esperienze più intense e sorprendenti del mio ministero: la prima volta che ho predicato la Novena di Natale nella Chiesa dell’Immacolata di Barcellona Pozzo di Gotto.
Entrare in chiesa quando è ancora buio è come entrare nel grembo della notte. Il silenzio non è assenza, ma attesa. Le luci soffuse, il presepe che lentamente prende vita giorno dopo giorno: tutto parlava già di Dio prima ancora delle parole. Alle 6:00, poi, la celebrazione e la predicazione: un ritmo quotidiano che ha educato il cuore, il mio e quello della comunità, a vegliare.
Non mi aspettavo una novena così partecipata. E invece, ogni mattina, la chiesa si riempiva di volti, passi discreti, mani giunte, occhi ancora assonnati ma accesi dal desiderio. C’era chi arrivava prima di andare al lavoro, chi sacrificava il riposo, chi portava con sé le fatiche della notte e della vita. Tutti uniti da una stessa fame: incontrare il volto umano di Dio.
La novena non è stata solo parola proclamata. È stata preghiera cantata, resa viva e popolare dai canti natalizi animati dal coro e dai musicisti con la “ciaramella“, la tromba e da altri strumenti che hanno saputo intrecciare tradizione e fede, memoria e speranza. Quelle note antiche, così care alla nostra terra, sembravano aprire le porte del tempo: Betlemme non era lontana, era lì, tra noi.
Ogni giorno, un frammento di Vangelo si è fatto specchio della vita: la piccolezza scelta da Dio, l’infanzia abitata da Cristo, le relazioni come luogo di rivelazione, la notte della paura e del dolore, le ferite che non vengono cancellate ma trasfigurate, l’amore che ricuce ciò che sembrava perduto. Il Natale non come favola, ma come incarnazione reale, dentro la storia concreta di ciascuno.
C’è stato un momento, al termine dell’ultima predicazione, in cui le parole hanno lasciato spazio a una consapevolezza condivisa, quasi palpabile. Ho sentito il bisogno di dirlo con semplicità, guardando negli occhi la comunità raccolta: in questi giorni non siamo stati solo ascoltatori, ma compagni di viaggio.
Ho concluso la novena ricordando che, insieme a Maria e Giuseppe, abbiamo percorso idealmente la strada da Nazaret a Betlemme. Passo dopo passo, alba dopo alba, abbiamo camminato con loro: nelle domande, nella fatica, nell’attesa, nella fiducia ostinata che Dio mantiene sempre le sue promesse. Non siamo rimasti spettatori della storia della salvezza, ma ne siamo entrati dentro, condividendone il ritmo lento, il silenzio, la speranza.
Ora il cammino si è fermato. Siamo a Betlemme. La strada è alle spalle, la soglia è davanti a noi. Attendiamo la nascita di Gesù, nostro Salvatore, non come un evento da ricordare, ma come una presenza da accogliere. Per questo ho invitato ciascuno a fare l’unico gesto che dà senso al Natale: aprire definitivamente il cuore, lasciare spazio a Dio che chiede di abitare la nostra vita.
Ho consegnato un ultimo invito, semplice e radicale: non trattenere Gesù solo nel presepe, ma testimoniarlo con la vita, nei gesti quotidiani, nelle scelte, nelle relazioni, nelle ferite che diventano luoghi di amore. Perché il vero Natale inizia quando il Figlio di Dio trova casa nel cuore dell’uomo e, attraverso di lui, continua a farsi carne nel mondo.
Per tutto questo, il mio grazie nasce dal profondo.
Un grazie sincero e riconoscente al rettore della chiesa dell’Immacolata, padre Salvatore Catalfamo, per l’invito, la fiducia e la delicatezza con cui ha accompagnato questo cammino. Un grazie che profuma di fraternità.
Un grazie speciale ad Andrea Maio e Pipino Bertolami, per la loro gentilezza, la disponibilità silenziosa, la cura dei dettagli che non fanno rumore ma rendono possibile tutto.
E un grazie, grande, corale, a tutti i membri della Confraternita dell’Immacolata: presenza discreta, fedele, operosa. Custodi di una tradizione che non è nostalgia, ma responsabilità.
Infine, grazie a tutte le persone che hanno partecipato. A chi c’era ogni mattina e a chi anche solo una volta. A chi ascoltava in silenzio e a chi pregava con gli occhi lucidi. Avete trasformato un appuntamento liturgico in un’esperienza di Chiesa viva.
Quando, l’ultimo giorno, ho contemplato il Bambino nel presepe, ho capito che non ero io ad aver “predicato” la novena. È stato il Natale a predicare a noi. E lo ha fatto all’alba, quando il buio non è ancora vinto, ma la luce ha già iniziato a farsi strada.
Ed è proprio lì che Dio ama nascere.
✍️ Diacono Tonino Maiorana


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