Gli esercizi spirituali dei diaconi, dei candidati al diaconato permanente e delle famiglie dell’Arcidiocesi di Messina Lipari Santa Lucia del Mela
Ci sono momenti in cui abbiamo bisogno di fermarci, lasciare decantare le preoccupazioni e tornare ad ascoltare quella voce che, un giorno, ci ha chiamati. Per chi vive il ministero diaconale, questo tempo è prezioso: anche chi accompagna gli altri ha bisogno di essere accompagnato; anche chi annuncia la Parola deve lasciarsi raggiungere da essa.
È in questa prospettiva che si collocano gli esercizi spirituali del 9–11 ottobre 2026, presso il Centro Pastorale “Maria SS. del Tindari” di Castell’Umberto, promossi dalla Commissione diocesana per il Diaconato permanente e i Ministeri istituiti. Un cammino rivolto ai diaconi, ai candidati al diaconato permanente e alle loro famiglie, guidato da don Giuseppe Carlo Cassaro, salesiano.
A fare da filo conduttore, le parole dell’apostolo Paolo: «Dal punto a cui siamo arrivati, insieme procediamo» (Fil 3,16). Un invito che raggiunge ciascuno nella concretezza della propria storia, con il bene compiuto, le fatiche accumulate e ciò che attende ancora di maturare.
Nessuno può dire di essere arrivato. Tutti possiamo accettare di ripartire.
Lasciare che la Parola entri nella vita
Nell’introduzione, don Cassaro ha richiamato il significato profondo degli esercizi spirituali: un’esperienza di ascolto prolungato della Parola, nella quale cercare la volontà di Dio per il momento presente della propria vita.
Il silenzio diventa allora uno spazio da abitare. Quando le parole diminuiscono, possono emergere domande che la fretta quotidiana lascia ai margini: come sto vivendo la mia vocazione? Che cosa sostiene il mio servizio? Quali sentimenti porto nelle relazioni, in famiglia e nella comunità?
Il programma ha dato spazio alle meditazioni, alla riflessione personale, alla celebrazione eucaristica, alla Liturgia delle Ore, all’adorazione, alle confessioni e alla condivisione comunitaria. Un ritmo che invita a dare più spazio alla Parola di Dio e a permetterle di illuminare anche le pieghe meno visibili dell’esistenza.
La proposta iniziale era concreta: consegnare allo Spirito Santo le proprie ferite, i propri desideri e i propri peccati. Presentare al Signore la vita così com’è richiede coraggio. Ci sono sofferenze che consumano energie, desideri che orientano le scelte, fragilità che ritornano. Portarli nella preghiera significa aprire una porta alla grazia, accettando di lasciarsi guarire e convertire.
Il grano e la zizzania abitano anche in noi
La meditazione sulla parabola del grano e della zizzania ha posto al centro il mistero del male e la pazienza di Dio.
Davanti a ciò che ferisce, nasce facilmente il desiderio di separare, giudicare, eliminare. Il padrone del campo, invece, custodisce il grano e chiede ai servi di attendere, perché la loro fretta potrebbe distruggere anche il bene.
Questa Parola entra nelle nostre comunità e nelle nostre case. Quante volte riduciamo una persona al suo errore? Quante volte pretendiamo dagli altri quella perfezione che noi stessi fatichiamo a raggiungere?
Il primo campo da guardare è il nostro cuore. Anche lì convivono generosità e ricerca di riconoscimento, disponibilità e impazienza, amore e orgoglio. Riconoscerlo ci rende più umili e più capaci di accompagnare.
La pazienza evangelica comporta discernimento e responsabilità: il male va riconosciuto e denunciato, mentre la persona conserva una dignità che nessuno può calpestare. Per il diacono, chiamato a servire e a farsi prossimo, questo sguardo è essenziale. L’altro rimane un fratello da incontrare, anche quando la relazione costa fatica.

Procedere insieme, custodendo la fraternità
Nel percorso degli esercizi trovava posto anche il mistero della fraternità salvifica, richiamato attraverso la parabola del padre misericordioso e dei suoi due figli.
È una prospettiva che interroga il nostro modo di stare nella Chiesa. Possiamo condividere celebrazioni e impegni, e avere ancora bisogno di imparare a gioire del bene dell’altro, ad ascoltarne la storia, ad accoglierne il ritorno.
Quel “insieme” della lettera ai Filippesi domanda relazioni vere. La comunione cresce quando ciascuno riconosce il dono ricevuto dal fratello e trova il coraggio di offrire il proprio.
La presenza delle famiglie dà particolare profondità a questo cammino. Per i diaconi sposati, la vocazione si intreccia con la vita coniugale e familiare: con l’ascolto reciproco, le responsabilità condivise, le preoccupazioni e i piccoli gesti di ogni giorno. Il servizio alla comunità trova alimento anche in questa fedeltà quotidiana.

Seminare con fiducia
La meditazione conclusiva, sul seme che germoglia e cresce, ha aperto uno spazio di speranza. Il seminatore compie il suo gesto e affida il seme alla terra. La crescita racchiude un mistero che supera il suo controllo.
Anche nel ministero conosciamo la fatica di seminare senza vedere subito i frutti. Una catechesi, una visita, una parola di conforto, una presenza discreta possono sembrare piccoli gesti. Eppure, consegnati a Dio, possono raggiungere profondità che noi non conosciamo.
Siamo chiamati a offrire impegno e fedeltà, lasciando al Signore lo spazio per agire. Questa fiducia libera il cuore dall’ansia di misurare tutto e permette di perseverare anche nelle stagioni difficili.
Dalla preghiera al servizio
Il valore degli esercizi spirituali continua nella vita quotidiana: nel modo di parlare, di ascoltare, di affrontare una tensione, di stare accanto a chi soffre.
Il diacono è chiamato a essere un ponte tra l’altare e la strada. Per esserlo, ha bisogno di tornare continuamente alla sorgente del proprio servizio: Cristo, che si china sull’uomo e gli restituisce speranza.
Da Castell’Umberto rimane questa consegna: riprendere il cammino con un cuore disponibile, custodire la fraternità e continuare a seminare. Con la consapevolezza dei propri limiti e la fiducia nella grazia.
Dal punto a cui siamo arrivati, insieme procediamo.
diacono Tonino Maiorana
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