Non un luogo di potere, ma una scuola di comunione, ascolto e servizio. Perché una parrocchia non è una proprietà da amministrare, ma una famiglia da amare.
diacono Tonino Maiorana
Una Chiesa che ascolta prima di parlare
Immaginiamo, per un momento, una comunità parrocchiale nella quale ciascuno cammina per conto proprio.
Il parroco organizza, il diacono serve, i catechisti insegnano, il coro anima le celebrazioni, la Caritas si prende cura dei poveri, i gruppi e le associazioni portano avanti le proprie iniziative.
Tutti fanno qualcosa di buono. Tutti lavorano. Tutti si impegnano.
Eppure, qualche volta, manca qualcosa di essenziale: la comunione.
Si rischia di vivere nella stessa parrocchia senza sentirsi parte della stessa famiglia. Ci si incontra durante le celebrazioni, si condividono gli stessi ambienti, si partecipa alle medesime attività, ma non sempre si riesce ad ascoltarsi, a confrontarsi e soprattutto a camminare insieme.
È proprio qui che emerge la bellezza e l’importanza del Consiglio Pastorale Parrocchiale.
Non un semplice organismo burocratico. Non una riunione da convocare occasionalmente. Non un gruppo ristretto chiamato ad approvare decisioni già prese.
Ma un luogo nel quale la comunità, attraverso i suoi rappresentanti, si mette in ascolto dello Spirito Santo per comprendere dove il Signore la sta conducendo.
Perché una parrocchia può essere ricca di iniziative e povera di comunione. Può avere un calendario pieno di appuntamenti e cuori che non si incontrano.
E una Chiesa che non sa ascoltare rischia, lentamente, di dimenticare come amare.
Il Consiglio Pastorale nasce dal cuore della Chiesa
Nel libro degli Atti degli Apostoli troviamo un’immagine straordinaria della prima comunità cristiana:
«Erano perseveranti nell’insegnamento degli apostoli e nella comunione, nello spezzare il pane e nelle preghiere» (At 2,42).
Quattro elementi che descrivono il volto autentico della Chiesa: la Parola, la comunione, l’Eucaristia e la preghiera.
Non troviamo una comunità nella quale ciascuno cerca il proprio spazio di potere, ma uomini e donne che condividono la fede, le difficoltà, le speranze e persino i beni materiali.
Il Consiglio Pastorale dovrebbe custodire proprio questo spirito.
È l’espressione concreta di una Chiesa sinodale, nella quale la corresponsabilità battesimale non cancella la diversità dei ministeri, ma la valorizza.
Il parroco conserva la propria responsabilità di guida pastorale. Il diacono porta il contributo specifico del suo ministero ordinato, orientato alla Parola, alla liturgia e alla carità. I fedeli laici offrono la ricchezza delle loro esperienze familiari, professionali, sociali ed ecclesiali.
Nessuno è inutile. Nessuno possiede tutti i doni. Nessuno può pensare di essere autosufficiente.
San Paolo ce lo ricorda:
«Vi sono diversi carismi, ma uno solo è lo Spirito» (1Cor 12,4).
La diversità, dunque, non è un ostacolo da eliminare, ma una ricchezza da armonizzare.
Chi deve farne parte? Non soltanto chi è sempre presente
Una delle domande più importanti riguarda la composizione del Consiglio Pastorale.
Chi deve parteciparvi?
Certamente il parroco, che lo presiede, e, secondo le norme diocesane, gli altri sacerdoti e i diaconi impegnati nella comunità. Devono inoltre trovare adeguata rappresentanza i catechisti, gli operatori della liturgia, la Caritas, le associazioni, i movimenti ecclesiali, le famiglie, i giovani e le diverse realtà della vita parrocchiale.
Le modalità concrete di composizione, elezione o designazione sono stabilite dalle disposizioni diocesane e dallo statuto del Consiglio.
Ma vorrei soffermarmi su un aspetto particolarmente delicato.
“Il Consiglio Pastorale non dovrebbe essere composto soltanto da persone che condividono sempre le idee del parroco o che appartengono alla cerchia più vicina ai responsabili della comunità.“
La comunione non significa uniformità di pensiero.
Una comunità cresce quando sa accogliere sensibilità differenti, quando non teme il confronto rispettoso e quando riconosce che anche una voce critica, se animata dall’amore per la Chiesa, può diventare un’occasione di crescita.
Naturalmente, far parte del Consiglio non significa rappresentare interessi personali o difendere il proprio gruppo.
Chi viene chiamato a questo servizio dovrebbe portare nel cuore l’intera comunità: anche coloro che non frequentano, gli anziani soli, gli ammalati, le famiglie ferite, i giovani che si sono allontanati e le persone che non trovano più nella parrocchia un luogo nel quale sentirsi accolte.
Perché la Chiesa non è soltanto di coloro che occupano i primi banchi, ma è chiamata a raggiungere anche chi è rimasto sulla soglia.
Qual è il suo vero compito?
Il Codice di Diritto Canonico, al canone 536, indica che il Consiglio Pastorale, sotto l’autorità del parroco, contribuisce a promuovere l’attività pastorale della parrocchia.
Il suo voto è consultivo. La sua costituzione e il suo funzionamento sono regolati dalle norme stabilite dal Vescovo diocesano.
Ma attenzione: consultivo non significa inutile, decorativo o puramente formale.
Un autentico Consiglio Pastorale deve poter ascoltare, riflettere, proporre, valutare e contribuire concretamente al discernimento pastorale.
Non si tratta semplicemente di decidere quando organizzare una festa, quale processione preparare o come distribuire gli incarichi.
Queste cose possono essere importanti, ma non costituiscono il cuore della sua missione.
Le domande fondamentali dovrebbero essere altre.
La nostra comunità sta realmente annunciando Gesù Cristo?
I bambini e i ragazzi vengono accompagnati a incontrare il Signore oppure ricevono soltanto nozioni religiose?
Le famiglie si sentono sostenute?
Gli anziani e gli ammalati sono visitati?
I poveri trovano una porta aperta?
I giovani hanno la possibilità di esprimersi?
I diversi gruppi collaborano oppure vivono come piccole comunità separate?
E soprattutto: chi si è allontanato dalla Chiesa trova ancora qualcuno disposto ad andargli incontro?
Sono queste le domande che dovrebbero abitare il cuore del Consiglio Pastorale.
Perché la sua missione non è conservare semplicemente ciò che esiste, ma aiutare la parrocchia a diventare sempre più fedele al Vangelo.
Il parroco e il diacono: due ministeri al servizio della stessa comunità
In questa prospettiva, desidero soffermarmi sul rapporto tra il parroco e il diacono.
Il parroco è il pastore proprio della comunità parrocchiale, chiamato a guidarla nella comunione con il Vescovo.
Il diacono, in forza del sacramento dell’Ordine, non è un semplice collaboratore occasionale, né un ministrante con qualche funzione in più.
È un ministro ordinato, configurato a Cristo Servo, chiamato a rendere visibile nella Chiesa la dimensione del servizio.
La sua presenza nel cammino pastorale è preziosa perché ricorda continuamente che la Chiesa non può fermarsi all’altare, ma deve raggiungere la strada, le case, gli ospedali, le periferie dell’esistenza.
Il diacono è chiamato a essere ponte tra l’altare e la vita quotidiana, tra la Parola proclamata e la carità vissuta.
Per questo, laddove svolge stabilmente il proprio ministero, è importante che il suo contributo venga ascoltato e valorizzato nel rispetto delle disposizioni ecclesiali.
Non per rivendicare spazi di potere, ma per mettere i doni ricevuti al servizio del popolo di Dio.
I ministeri non sono in competizione. Sono doni differenti per edificare l’unico Corpo di Cristo.
Quando il Consiglio diventa soltanto una formalità
Esiste, tuttavia, un rischio che non possiamo ignorare.
Quello di trasformare il Consiglio Pastorale in una struttura formalmente presente, ma spiritualmente povera.
Accade quando le riunioni diventano soltanto comunicazioni di decisioni già assunte.
Accade quando non si lascia spazio al confronto.
Accade quando il dissenso viene interpretato come una mancanza di rispetto.
Accade quando qualcuno si sente padrone della comunità e altri finiscono per considerarsi semplici esecutori.
E accade anche quando i consiglieri partecipano soltanto per difendere il proprio gruppo, senza avere a cuore il bene comune.
Ma Gesù ci ha consegnato un criterio completamente diverso:
«Chi vuole diventare grande tra voi sarà vostro servitore» (Mc 10,43).
Queste parole dovrebbero essere poste idealmente all’ingresso di ogni sala nella quale si riunisce un Consiglio Pastorale.
Perché nella Chiesa l’autorità autentica non si misura dalla capacità di imporsi, ma dalla disponibilità a servire.
Un parroco che ascolta non perde la propria autorità: la esercita con sapienza evangelica.
Un diacono che collabora con lealtà non rinuncia alla propria identità ministeriale: la manifesta attraverso il servizio.
Un laico che propone, dialoga e si assume responsabilità non invade competenze altrui: vive la propria vocazione battesimale.
La comunione non nasce dal silenzio imposto, ma dall’ascolto reciproco vissuto nella verità e nella carità.
Una parrocchia è come un’orchestra
Mi piace immaginare la comunità parrocchiale come una grande orchestra.
Ci sono strumenti diversi: alcuni hanno un suono forte, altri delicato; alcuni accompagnano, altri emergono in determinati momenti.
Nessuno strumento, da solo, può eseguire tutta la sinfonia.
Il violino non deve diventare una tromba. Il flauto non deve imitare il violoncello. Ogni strumento deve custodire la propria identità e, nello stesso tempo, ascoltare gli altri.
Se ciascuno suona soltanto per farsi sentire, nasce il rumore.
Se invece tutti ascoltano, rispettano il proprio ruolo e seguono la medesima partitura, nasce l’armonia.
Così dovrebbe essere la parrocchia.
Il Consiglio Pastorale è uno dei luoghi privilegiati nei quali questa armonia viene ricercata, custodita e costruita.
La partitura è il Vangelo. Lo Spirito Santo è Colui che suscita e armonizza i carismi. E tutti, ciascuno secondo la propria vocazione, sono chiamati a partecipare all’unica missione della Chiesa.
Non dobbiamo cercare di essere tutti uguali. Dobbiamo imparare a essere uniti.
Prima di programmare, impariamo a pregare
Vorrei aggiungere un’ultima considerazione.
Un Consiglio Pastorale non dovrebbe iniziare soltanto con l’approvazione di un verbale o con la lettura dell’ordine del giorno.
Dovrebbe iniziare mettendosi realmente alla presenza del Signore.
Aprire il Vangelo. Ascoltare la Parola. Lasciare qualche istante di silenzio. Pregare insieme.
E poi domandarsi, con sincerità: Signore, che cosa vuoi dalla nostra comunità?
Dove ci stai chiedendo di cambiare?
Chi abbiamo dimenticato?
Quali ferite dobbiamo curare?
Quali porte dobbiamo riaprire?
Senza preghiera, il Consiglio rischia di diventare una semplice commissione organizzativa.
Senza ascolto, rischia di trasformarsi in un luogo di contrapposizione.
Senza carità, anche le decisioni più efficienti possono perdere il loro significato evangelico.
Il discernimento cristiano non consiste nel far prevalere la propria opinione, ma nel cercare insieme ciò che maggiormente corrisponde alla volontà di Dio.
Una Chiesa nella quale nessuno si senta estraneo
Sogno una comunità nella quale il Consiglio Pastorale non sia percepito come un organismo distante, riservato a pochi, ma come un segno concreto di una Chiesa che ascolta e cammina insieme.
Una comunità nella quale il parroco non sia lasciato solo, il diacono possa offrire pienamente il proprio servizio, i laici si sentano corresponsabili e ogni persona sappia di avere qualcosa da donare.
Una comunità nella quale le differenze non diventino divisioni, le responsabilità non si trasformino in privilegi e il servizio non sia mai confuso con il potere.
Una comunità capace di correggersi fraternamente, di riconoscere i propri errori, di chiedere perdono e di ricominciare.
Perché il vero volto della Chiesa non si manifesta soltanto nelle grandi celebrazioni o nelle iniziative più riuscite, ma soprattutto nella qualità delle relazioni che sappiamo costruire.
E allora, quando ci riuniamo per parlare della nostra parrocchia, ricordiamoci che non stiamo amministrando qualcosa che ci appartiene.
Stiamo custodendo persone che appartengono a Cristo.
Dietro ogni scelta pastorale ci sono volti, storie, sofferenze, attese e speranze.
C’è il bambino che cerca qualcuno capace di parlargli di Gesù. C’è il giovane che desidera essere ascoltato. C’è la famiglia che attraversa una crisi. C’è l’anziano che aspetta una visita. C’è chi ha smesso di frequentare perché, forse, non si è sentito accolto.
È per loro che siamo chiamati a servire.
E forse il giorno in cui un Consiglio Pastorale smetterà di chiedersi «Chi deve decidere?» e comincerà a domandarsi «Chi dobbiamo amare e servire meglio?», quel giorno avrà compreso davvero la propria missione.
Perché una parrocchia non cresce quando qualcuno diventa più importante degli altri, ma quando tutti imparano a sentirsi responsabili gli uni degli altri.
E ricordiamolo sempre: nella Chiesa c’è posto per tutti, ma non c’è posto per il protagonismo. Perché l’unico vero protagonista della nostra missione è Gesù Cristo.
«Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri» (Gv 13,35).
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