Ieri sera, alle 20:30, la Chiesa della Risurrezione al Petraro non era semplicemente piena: era viva. Viva di volti, di attese, di silenzi carichi di senso. Viva di giovani arrivati da tutto il vicariato, con il passo forse stanco della giornata, ma con un cuore pronto a lasciarsi toccare.
Entrando, si respirava qualcosa di diverso. Non il brusio di un semplice ritrovo, ma quella tensione buona che nasce quando si percepisce che sta per accadere qualcosa di importante. Seduti uno accanto all’altro, senza barriere, quei ragazzi non erano più gruppi distinti: erano una sola comunità in cammino.

L’incontro, guidato da don Pasquale Ruggeri, direttore della Pastorale Giovanile vicariale, insieme alla sua equipe, è iniziato nel modo più vero: con l’ascolto della Parola. Il brano di Caino e Abele ha attraversato la chiesa come un vento antico ma attuale. Non una storia lontana, ma uno specchio. Perché quella violenza, quel conflitto, quella fatica ad accogliere l’altro… parlano anche di noi, oggi.
E in quel momento, il silenzio si è fatto ancora più profondo.
Poi la catechesi. Don Pasquale non ha parlato “ai giovani”, ma “dentro i giovani”. Le sue parole sono arrivate dritte, senza giri inutili, capaci di scavare. Ha mostrato come la violenza non nasca all’improvviso, ma cresca lentamente nel cuore: in un giudizio, in una gelosia, in una parola non detta o detta male. E allora la vera sfida non è solo evitare il male, ma custodire il cuore.
Custodirlo come si custodisce qualcosa di prezioso.
Custodirlo perché da lì nasce la vita.
Custodirlo per non trasformare il fratello in un nemico.
Non era una lezione. Era un invito. Forte. Esigente. Vero.
Dopo questo momento intenso, i giovani si sono divisi in gruppi. E lì, quasi senza accorgersene, è accaduto qualcosa di bellissimo. Le maschere sono cadute, le parole hanno iniziato a farsi sincere. Qualcuno ha raccontato, qualcuno ha ascoltato, qualcuno ha trovato il coraggio di dire ciò che teneva dentro da tempo. Non un semplice confronto, ma un incontro tra vite.

E poi, di nuovo insieme. La condivisione finale ha restituito alla comunità ciò che ogni gruppo aveva vissuto: frammenti di verità, intuizioni, ferite, ma anche tanta speranza. Si percepiva chiaramente che qualcosa si era mosso. Non in modo rumoroso, ma profondo.
Accanto ai giovani, la presenza significativa di fra Antonino Gulisano, della GiFra di Barcellona con una partecipazione numerosa e contagiosa, di don Fortunato De Luca, parroco della comunità ospitante e anche la mia presenza, immersa tra loro, come parte di questo cammino che continua a sorprendere.
Non è stato solo un incontro.
È stato un tempo abitato.
Un tempo in cui la Parola ha trovato spazio.
Un tempo in cui il cuore è stato chiamato per nome.
E forse, uscendo da quella chiesa, tra le luci della sera e i passi che tornavano verso casa, una domanda continuava a risuonare dentro:
“Dov’è tuo fratello?”
Una domanda che non accusa, ma sveglia.
Una domanda che non ferisce, ma apre.
Perché custodire la vita… comincia sempre da lì.
diacono Tonino Maiorana
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