Non un organismo che custodisce semplicemente conti e bilanci, ma un luogo di corresponsabilità, trasparenza e testimonianza cristiana. Perché i beni della Chiesa non sono un patrimonio da difendere per interesse personale, ma strumenti da amministrare per il bene della comunità e per la gloria di Dio.
diacono Tonino Maiorana
Una domanda che riguarda la coscienza di ogni comunità cristiana
Immaginiamo, per un momento, una piccola chiesa parrocchiale.
È domenica mattina. Le campane suonano, i fedeli entrano, qualcuno accende una candela davanti alla Madonna, una persona anziana lascia pochi euro nella cassetta delle offerte.
Forse sono gli ultimi spiccioli che ha nel portafoglio.
Durante la celebrazione, al momento della raccolta delle offerte, una famiglia dona qualcosa. Un’altra persona contribuisce alle spese della parrocchia. Un benefattore offre una somma per restaurare un altare, aiutare una famiglia povera o sostenere un’iniziativa pastorale.
Dietro ogni offerta c’è una storia.
C’è il sacrificio di chi rinuncia a qualcosa. C’è la gratitudine di chi ha ricevuto una grazia. C’è la fede semplice di chi desidera contribuire alla vita della propria comunità.
Ma fermiamoci un istante e poniamoci una domanda.
Che cosa accade a quelle offerte? Chi decide come utilizzarle? Chi verifica che vengano amministrate correttamente? E soprattutto, chi garantisce che siano davvero impiegate per le finalità della Chiesa?
Sono domande legittime, importanti e profondamente ecclesiali.
Perché parlare di denaro nella Chiesa non significa allontanarsi dal Vangelo.
Al contrario, significa prendere sul serio una dimensione concreta della nostra responsabilità cristiana.
Ed è proprio in questa prospettiva che dobbiamo comprendere il significato e la missione del Consiglio Parrocchiale per gli Affari Economici, comunemente indicato con la sigla CPAE.
Gesù e il denaro: una questione di cuore
Qualcuno potrebbe domandarsi: che cosa c’entra l’amministrazione economica con la spiritualità?
La risposta la troviamo nel Vangelo.
Gesù parla frequentemente del rapporto dell’uomo con i beni materiali. Non perché il denaro sia necessariamente un male, ma perché conosce il rischio che esso possa occupare il posto riservato a Dio.
Nel Vangelo secondo Matteo troviamo parole molto forti:
«Non potete servire Dio e la ricchezza» (Mt 6,24).
Gesù non condanna l’uso responsabile dei beni, ma mette in guardia dal diventare loro schiavi.
Il problema non è possedere qualcosa, ma lasciarsi possedere da ciò che si ha.
Questo vale per ogni cristiano, ma assume una responsabilità particolare quando si tratta di amministrare i beni della comunità ecclesiale.
Una parrocchia ha bisogno di risorse economiche. Deve sostenere le spese per il culto, la manutenzione degli edifici, le utenze, le attività catechistiche, la formazione, la carità e le diverse iniziative pastorali.
Ma non deve mai dimenticare che il denaro è uno strumento, non il fine della missione ecclesiale.
La Chiesa non esiste per accumulare ricchezze.
Esiste per annunciare Gesù Cristo, celebrare i sacramenti, formare le coscienze e testimoniare concretamente la carità.
Quando questa prospettiva viene dimenticata, anche l’amministrazione più efficiente rischia di perdere la propria anima evangelica.
Che cos’è il Consiglio Parrocchiale per gli Affari Economici?
Il Consiglio Parrocchiale per gli Affari Economici è un organismo ecclesiale di collaborazione e corresponsabilità che aiuta il parroco nell’amministrazione dei beni economici della parrocchia.
La sua istituzione non è lasciata alla semplice discrezione del parroco.
Il Codice di Diritto Canonico, al canone 537, stabilisce che in ogni parrocchia deve esserci un Consiglio per gli Affari Economici, regolato dal diritto universale e dalle norme emanate dal Vescovo diocesano.
Si tratta, dunque, di un organismo obbligatorio.
Il Consiglio è formato da fedeli che aiutano il parroco nell’amministrazione dei beni parrocchiali, secondo le disposizioni ecclesiastiche.
È importante chiarire un principio fondamentale.
Il parroco, secondo il canone 532, rappresenta giuridicamente la parrocchia e ha la responsabilità dell’amministrazione dei suoi beni, nel rispetto delle norme canoniche.
Il Consiglio non sostituisce il parroco, non assume autonomamente la gestione della parrocchia e non è un organismo di controllo contrapposto alla sua autorità.
Ma non deve neppure essere ridotto a una presenza puramente formale.
È un autentico strumento di collaborazione, competenza, partecipazione e responsabilità ecclesiale.
La sua funzione è ordinariamente consultiva, secondo le norme applicabili, senza pregiudicare gli eventuali consensi, autorizzazioni e controlli richiesti dal diritto per determinati atti amministrativi.
Chi deve farne parte? Competenza, fede e libertà di giudizio
La composizione del Consiglio è un aspetto particolarmente importante.
Non basta scegliere persone disponibili o particolarmente vicine al parroco.
Occorrono fedeli che possiedano qualità umane, maturità cristiana, senso ecclesiale e, possibilmente, competenze utili all’amministrazione.
Secondo le disposizioni della diocesi e lo statuto applicabile, possono offrire un contributo prezioso persone esperte in contabilità, amministrazione, diritto, gestione degli immobili, edilizia, sicurezza e organizzazione.
Ma attenzione.
La competenza tecnica, da sola, non è sufficiente.
Un buon consigliere deve essere anche una persona capace di comprendere che i beni amministrati sono destinati alla missione della Chiesa.
Deve saper distinguere l’interesse personale dal bene della comunità.
Deve avere il coraggio di porre domande, esaminare documenti, chiedere chiarimenti e formulare osservazioni quando necessario.
E deve farlo sempre con rispetto, lealtà e spirito di comunione.
La scelta dei componenti deve rispettare le norme diocesane, comprese quelle relative alla nomina, alla durata del mandato e alle eventuali incompatibilità.
Non è opportuno che il Consiglio diventi una cerchia chiusa nella quale si confermano reciprocamente decisioni senza un confronto effettivo.
Una comunità ha bisogno di persone capaci non soltanto di dire di sì, ma anche di aiutare a comprendere se una scelta sia prudente, sostenibile e coerente con le finalità ecclesiali.
La fedeltà alla Chiesa non si misura dal silenzio davanti alle difficoltà, ma dalla capacità di affrontarle nella verità e nella carità.
Quali sono i suoi compiti concreti?
Il Consiglio per gli Affari Economici non dovrebbe riunirsi soltanto quando bisogna affrontare una spesa straordinaria o autorizzare un intervento di manutenzione.
Il suo servizio deve accompagnare con continuità la vita amministrativa della parrocchia.
Tra i suoi compiti, secondo le disposizioni ecclesiastiche, rientrano la collaborazione nella predisposizione del bilancio preventivo, l’esame del rendiconto annuale, la valutazione delle entrate e delle uscite, la programmazione delle spese e l’attenzione alla conservazione del patrimonio parrocchiale.
Il Consiglio contribuisce inoltre a valutare la sostenibilità economica dei progetti, la regolarità delle procedure, gli impegni contrattuali e gli interventi sugli immobili.
Un aspetto particolarmente importante riguarda le offerte dei fedeli.
Esse devono essere registrate e amministrate correttamente, rispettando anche le eventuali finalità specifiche indicate dai donatori.
Se una persona offre una somma destinata a una particolare opera o finalità, quella volontà deve essere rispettata secondo il diritto.
Allo stesso modo, devono essere osservate le disposizioni canoniche e civili riguardanti documentazione, rendicontazione, sicurezza, fiscalità e tutela dei beni.
Ma vorrei sottolineare un elemento che ritengo decisivo.
Il Consiglio non deve chiedersi soltanto quanto costa una determinata attività, ma anche quale bene pastorale essa produce.
Perché una spesa può essere perfettamente regolare dal punto di vista contabile e tuttavia risultare poco significativa rispetto alle necessità della comunità.
Trasparenza: una forma concreta di rispetto verso i fedeli
Esiste una parola che, a mio avviso, dovrebbe accompagnare ogni scelta amministrativa della Chiesa: trasparenza.
La trasparenza non è una concessione che si fa ai fedeli.
È un’espressione di responsabilità, correttezza e rispetto.
Chi contribuisce alla vita economica della parrocchia deve poter conoscere, nelle forme appropriate, come vengono impiegate le risorse della comunità.
Questo non significa rendere pubblici indiscriminatamente documenti riservati, dati personali o informazioni che richiedono tutela.
Significa, invece, promuovere una comunicazione chiara e comprensibile sulle principali entrate, sulle spese sostenute, sugli interventi realizzati e sui progetti futuri.
Il rendiconto economico non dovrebbe essere percepito come un documento riservato a pochi esperti.
Dovrebbe diventare, secondo le disposizioni diocesane, anche un’occasione per educare la comunità alla corresponsabilità.
Una parrocchia che comunica con chiarezza come utilizza le offerte alimenta fiducia e partecipazione.
Una parrocchia nella quale tutto appare incomprensibile o eccessivamente riservato rischia invece di generare interrogativi, incomprensioni e diffidenze, anche quando l’amministrazione è corretta.
La trasparenza non indebolisce l’autorità: la rende più credibile.
E la credibilità è un bene prezioso, soprattutto per una Chiesa chiamata ad annunciare la verità.
Il rapporto con il Consiglio Pastorale Parrocchiale
Un altro aspetto merita particolare attenzione.
Il Consiglio per gli Affari Economici e il Consiglio Pastorale Parrocchiale sono due organismi distinti, con compiti differenti, ma profondamente collegati.
Il Consiglio Pastorale contribuisce al discernimento delle priorità e degli orientamenti della vita pastorale.
Il Consiglio per gli Affari Economici aiuta a valutare e gestire responsabilmente le risorse necessarie per sostenere la missione della comunità.
Potremmo dire che il primo contribuisce a individuare il cammino pastorale e il secondo aiuta a comprendere come sostenerlo concretamente, nel rispetto delle rispettive competenze.
Non dovrebbero procedere come due realtà estranee.
Pensiamo, per esempio, a una parrocchia che desidera avviare un progetto per i giovani, rinnovare gli ambienti del catechismo o organizzare un servizio di assistenza alle famiglie in difficoltà.
È necessario valutare il valore pastorale dell’iniziativa, ma anche le risorse economiche disponibili, le priorità, i costi e la sostenibilità.
Quando manca il dialogo tra dimensione pastorale ed economica, si rischiano due errori.
Da una parte, programmare attività senza considerare le risorse necessarie.
Dall’altra, amministrare le risorse senza un chiaro riferimento alle finalità evangeliche.
L’economia deve sostenere la pastorale, non sostituirla.
E la pastorale deve riconoscere che la buona amministrazione è parte integrante della responsabilità ecclesiale.
Quando il denaro rischia di diventare potere
Non possiamo affrontare questo argomento senza considerare anche alcune possibili fragilità umane.
Dove esistono risorse economiche, beni immobili e decisioni amministrative, può nascere la tentazione del protagonismo, della gestione personalistica o dell’eccessiva concentrazione delle informazioni.
Sono rischi che possono manifestarsi in qualsiasi organizzazione umana e dai quali anche le comunità ecclesiali devono vigilare per custodirsi.
Una parrocchia non dovrebbe mai diventare il luogo nel quale qualcuno considera i beni ecclesiastici come una proprietà personale.
Il parroco è chiamato ad amministrarli responsabilmente, non a considerarli propri.
I consiglieri sono chiamati a collaborare, non a trasformare il loro incarico in una posizione di influenza.
I fedeli sono chiamati a contribuire secondo le proprie possibilità, non a pretendere privilegi in cambio delle offerte.
Tutti devono ricordare che i beni della Chiesa hanno una destinazione ecclesiale.
Il canone 1254 §2 del Codice di Diritto Canonico indica tra i fini propri dei beni temporali della Chiesa il culto divino, il sostentamento del clero e degli altri ministri, le opere di apostolato e di carità, specialmente verso i poveri.
È una prospettiva straordinariamente chiara.
I beni della Chiesa devono servire la missione della Chiesa.
Non devono diventare strumenti di prestigio, rivalità o affermazione personale.
Il grido dei poveri deve entrare anche nei bilanci
Vorrei soffermarmi su un’immagine evangelica che mi accompagna spesso nella riflessione pastorale.
Gesù si trova nel Tempio e osserva le persone che depongono le loro offerte.
Molti ricchi donano somme consistenti.
Poi arriva una vedova povera e offre due monetine.
Gesù chiama i discepoli e insegna loro che quella donna ha dato più di tutti, perché ha offerto quanto aveva per vivere (cfr. Mc 12,41-44).
È un episodio che dovrebbe farci riflettere profondamente.
Quando amministriamo le offerte della comunità, non abbiamo davanti soltanto cifre.
Abbiamo davanti sacrifici, fiducia, speranze e gesti d’amore.
Quelle due monetine della vedova rappresentano simbolicamente tutte le persone che contribuiscono alla vita della Chiesa con semplicità e generosità.
Per questo ogni euro deve essere amministrato con attenzione.
Ma c’è un’altra domanda che non possiamo evitare.
Nei bilanci delle nostre parrocchie, quale posto occupano i poveri?
Quanto spazio riserviamo alle famiglie che non riescono ad arrivare alla fine del mese?
Agli anziani soli?
Alle persone malate?
Ai giovani in difficoltà?
Alle situazioni di emergenza?
Non esiste una percentuale universalmente valida per tutte le parrocchie, perché le necessità e le possibilità economiche sono differenti.
Ma una comunità cristiana non può considerare la carità una voce marginale della propria missione.
Una chiesa può essere splendida, restaurata e perfettamente organizzata.
Ma se dimentica chi soffre, rischia di perdere qualcosa di essenziale della propria identità.
Il valore evangelico di una comunità non si misura soltanto da ciò che riesce a conservare, ma anche da ciò che sa condividere.
Amministrare bene è anche una forma di carità
A volte si pensa che la carità consista esclusivamente nel donare qualcosa ai poveri.
Certamente, questo è un aspetto fondamentale.
Ma esiste anche una carità che passa attraverso la correttezza, la prudenza, la competenza e la responsabilità.
Evitare uno spreco significa custodire risorse che potranno essere utilizzate per il bene.
Programmare una spesa con attenzione significa rispettare i sacrifici dei fedeli.
Curare la manutenzione di un edificio significa proteggerne l’utilizzo per le generazioni future.
Rispettare le norme di sicurezza significa tutelare le persone.
Presentare un rendiconto chiaro significa alimentare fiducia.
Anche tutto questo è servizio.
Anche tutto questo può diventare testimonianza cristiana.
San Paolo scrive:
«Ci preoccupiamo infatti di comportarci bene non soltanto davanti al Signore, ma anche davanti agli uomini» (2Cor 8,21).
È un principio che illumina straordinariamente l’amministrazione ecclesiale.
Non basta essere convinti interiormente di agire bene.
Occorre anche adottare comportamenti, procedure e strumenti che rendano verificabile la correttezza dell’operato.
La fiducia è importante, ma non elimina la necessità di controlli adeguati.
La buona fede è preziosa, ma non sostituisce la documentazione.
La comunione è fondamentale, ma non giustifica l’assenza di responsabilità.
Una spiritualità della corresponsabilità
Vorrei proporre una riflessione che riguarda tutti coloro che vengono chiamati a far parte del Consiglio per gli Affari Economici.
Prima di esaminare un bilancio, bisognerebbe ricordare per chi e per che cosa si sta lavorando.
Non per un’azienda qualsiasi.
Non per un interesse privato.
Ma per una comunità di credenti che cerca di vivere e annunciare il Vangelo.
Ogni riunione dovrebbe essere accompagnata da uno spirito di preghiera e da un autentico desiderio di servire.
Chi partecipa dovrebbe domandarsi:
Le nostre decisioni sono giuste?
Sono prudenti?
Sono trasparenti?
Rispettano la volontà dei benefattori?
Sono coerenti con le priorità pastorali?
Tengono conto delle persone più fragili?
Stiamo custodendo responsabilmente ciò che ci è stato affidato?
Sono domande che trasformano un’attività amministrativa in un esercizio di coscienza cristiana.
Perché la santità non si vive soltanto davanti all’altare, ma anche nel modo in cui si assumono responsabilità, si prendono decisioni e si amministrano i beni comuni.
Non siamo proprietari, siamo amministratori
Vorrei concludere con una convinzione che considero fondamentale.
Nella Chiesa nessuno dovrebbe sentirsi proprietario di ciò che gli è stato affidato.
Il parroco non è proprietario della parrocchia.
I consiglieri non sono proprietari delle sue risorse.
I gruppi ecclesiali non sono proprietari degli ambienti che utilizzano.
Tutti siamo chiamati a essere custodi e servitori.
Il Vangelo ci ricorda:
«A chiunque fu dato molto, molto sarà chiesto» (Lc 12,48).
Chi riceve una responsabilità amministrativa nella Chiesa riceve anche un impegno morale particolarmente serio.
Deve custodire la fiducia della comunità, rispettare le norme, evitare gli sprechi, promuovere la trasparenza e ricordare che dietro ogni scelta economica esiste una finalità pastorale.
Sogno comunità parrocchiali nelle quali i bilanci non siano percepiti come documenti misteriosi, ma come strumenti di responsabilità condivisa.
Comunità nelle quali il Consiglio per gli Affari Economici non sia una formalità, ma una presenza competente, libera, leale e realmente partecipe.
Comunità nelle quali la gestione dei beni non generi divisioni, ma rafforzi la fiducia.
E soprattutto comunità nelle quali non si dimentichi mai che il patrimonio più grande della Chiesa non è costituito dagli edifici, dai conti correnti o dalle proprietà immobiliari.
Il patrimonio più prezioso della Chiesa sono le persone, amate e redente da Gesù Cristo.
Per questo, davanti a ogni decisione economica, dovremmo avere il coraggio di porci una domanda semplice ma esigente:
«Questa scelta serve davvero il Vangelo e il bene della comunità, oppure risponde soltanto alle nostre abitudini, comodità e preferenze?»
La risposta può cambiare il nostro modo di amministrare.
Ma, soprattutto, può cambiare il nostro modo di essere Chiesa.
Perché il giorno in cui comprenderemo che anche un bilancio può diventare testimonianza di fede, che la trasparenza può diventare espressione di carità e che l’amministrazione può trasformarsi in servizio, avremo fatto un passo importante verso una comunità autenticamente evangelica.
Una Chiesa credibile non è quella che possiede di più, ma quella che amministra con giustizia, condivide con generosità e serve con amore.
E non dimentichiamolo mai:
Le offerte dei fedeli non sono semplicemente denaro da contabilizzare. Sono gesti di fiducia da onorare, sacrifici da rispettare e opportunità di bene da trasformare in Vangelo vissuto.
«Ebbene, ciò che si richiede agli amministratori è che ognuno risulti fedele» (1Cor 4,2).
Riferimenti ecclesiali: Codice di Diritto Canonico, cann. 532, 537, 1254, 1281-1287; disposizioni e regolamenti diocesani per l’amministrazione dei beni ecclesiastici.
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