Flagelli, chiodi, corona di spine, lancia, spugna e Sindone: un cammino per riconoscere quanto siamo amati e imparare ad amare.
diacono Tonino Maiorana
Ci sono immagini davanti alle quali le parole rallentano. Le guardiamo e qualcosa ci raggiunge nel profondo: un dolore, una domanda, forse una gratitudine che facciamo fatica a esprimere.
I flagelli, i chiodi, la corona di spine, la lancia e la spugna ci riportano alle ultime ore della vita di Gesù. La Sindone richiama il suo corpo deposto dalla croce, avvolto nel lino e consegnato al silenzio del sepolcro.
Davanti a questi segni possiamo fermarci e lasciare che la Passione entri nella nostra vita. Perché quel corpo ferito ci riguarda. Gesù ha donato se stesso per noi, per liberarci dal peccato e ricondurci alla comunione con il Padre.
Nella sua Passione scopriamo quanto è serio il male e quanto è grande l’amore con cui Dio viene a cercarci.
I flagelli: quando il male ferisce la carne

I flagelli ci fanno pensare alla violenza che si abbatte sul corpo di Gesù. La sua sofferenza è concreta: la pelle lacerata, il sangue versato, le forze che vengono meno.
Gesù attraversa tutto questo restando fedele alla sua missione di amore. Accoglie fino in fondo le conseguenze del rifiuto umano e offre la propria vita per la nostra salvezza.
Guardando quei flagelli, però, dobbiamo avere il coraggio di guardare anche noi stessi.
Esistono parole che feriscono e umiliazioni che lasciano segni profondi. Accade in famiglia, sul lavoro, nelle amicizie e perfino nelle nostre comunità. A volte sappiamo dove l’altro è più fragile e proprio lì lo colpiamo.
Contemplare Gesù flagellato ci chiama alla conversione: a chiedere perdono, a interrompere la violenza dei giudizi, a prenderci cura delle ferite che abbiamo provocato.
I chiodi: le mani dell’amore trafitte

Le mani di Gesù avevano toccato i malati, rialzato chi era caduto, spezzato il pane per chi aveva fame. Sulla croce vengono trafitte.
Anche i suoi piedi, che avevano percorso le strade per incontrare le persone, vengono inchiodati al legno.
Davanti a questi chiodi comprendiamo il costo del suo dono. Gesù rimane fedele all’amore anche quando amare significa attraversare il rifiuto e la sofferenza.
E noi? Che cosa facciamo delle nostre mani? Le tendiamo per aiutare oppure le chiudiamo? Quali strade percorriamo? Ci avviciniamo a chi soffre oppure troviamo sempre un motivo per passare oltre?
Il perdono ricevuto dalla croce attende di diventare un gesto nelle nostre giornate. Una telefonata rimandata, una riconciliazione cercata, una presenza accanto a chi è solo possono essere il nostro primo passo.
La corona di spine: la dignità umiliata

La corona di spine ci conduce dentro la derisione subita da Gesù. Alla sofferenza fisica si aggiunge l’umiliazione: viene esposto allo scherno, insultato, trattato come qualcuno di cui si può disporre.
Quanta sofferenza nasce ancora oggi dal disprezzo. Basta una battuta ripetuta, un’esclusione, una parola pronunciata davanti agli altri per mortificare una persona.
Le spine interrogano il nostro orgoglio, il bisogno di avere sempre ragione, la tentazione di sentirci importanti facendo sentire piccolo qualcun altro.
Gesù ci insegna una strada di umiltà e di servizio. Davanti al suo volto umiliato possiamo chiedere la grazia di rispettare ogni persona, soprattutto quando è fragile e non ha la forza di difendersi.
La spugna e la lancia: la sete e il dono

La spugna richiama la sete di Gesù sulla croce. È la sete reale di un corpo sfinito, che rende ancora più evidente la profondità della sua umanità.
Quella sete ci invita ad ascoltare anche le domande che incontriamo ogni giorno. C’è chi ha bisogno di acqua e di pane, chi cerca ascolto, chi desidera essere riconosciuto, chi aspetta una visita.
La lancia ci riporta al fianco trafitto, dal quale, secondo il racconto evangelico, uscirono sangue e acqua. La tradizione cristiana vi riconosce un richiamo al dono della vita di Cristo e ai sacramenti che alimentano la Chiesa.
Davanti a quel fianco aperto comprendiamo che Gesù ha consegnato tutto se stesso.
Lasciarci raggiungere da questo amore significa permettergli di aprire anche il nostro cuore, spesso chiuso dalla paura, dall’egoismo o dall’abitudine.
La Sindone: il silenzio e la speranza

L’immagine della Sindone accompagna il nostro sguardo verso la deposizione e la sepoltura di Gesù. Ci invita a sostare davanti al mistero del suo corpo senza vita.
È un silenzio che molti conoscono: quello di una stanza d’ospedale, di una casa dopo un lutto, di una preghiera pronunciata tra le lacrime.
Gesù ha attraversato anche questa oscurità. Per questo possiamo affidargli il dolore che non riusciamo a spiegare, la mancanza di una persona amata, la paura della nostra fragilità.
Ma il cammino della fede prosegue fino al mattino di Pasqua. Il Crocifisso è risorto. Il suo amore apre una strada di vita proprio dove sembrava esserci soltanto una fine.
Dalla contemplazione alla vita
Gesù ha sofferto per i nostri peccati e si è offerto liberamente per la nostra salvezza. Il Padre, nel Figlio, ci viene incontro con una misericordia capace di raggiungerci anche nelle nostre cadute più profonde.
Davanti alla Passione siamo chiamati ad accogliere questo perdono e a lasciarci cambiare.
Possiamo cominciare oggi: riconoscendo un torto, custodendo una parola, rinunciando a un giudizio, avvicinandoci a una persona ferita.
La memoria delle sofferenze di Gesù diventa feconda quando rende più attento, più misericordioso e più concreto il nostro amore.
Signore Gesù, davanti ai segni della tua Passione ti affidiamo i nostri peccati e le nostre ferite. Donaci il coraggio di chiedere perdono e la disponibilità a cambiare. Insegnaci a prenderci cura di chi soffre e accompagna i nostri passi nella luce della tua risurrezione. Amen.
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