Questa frase può risultare scomoda. Ma ci pone una domanda necessaria: a chi stiamo affidando l’educazione dei nostri ragazzi?
Un alunno entra in classe portando con sé molto più di uno zaino. Porta le parole ascoltate in casa, gli esempi degli adulti, le amicizie, ciò che vede sui social, le difficoltà che forse non sa raccontare. Il docente incontra tutto questo e prova a trasmettere conoscenze, fiducia e rispetto. Ha un compito fondamentale, ma non può svolgerlo da solo.
Negli ultimi anni abbiamo ascoltato notizie che lasciano sgomenti: docenti aggrediti da alunni, talvolta con coltelli, in episodi che sembrano veri e propri agguati.
Ci sono poi gli atti di bullismo tra studenti, spesso rivolti contro chi appare più fragile o isolato. Questi fatti non rappresentano la maggioranza dei giovani, ma chiedono attenzione, prevenzione e risposte serie.
Quando accade qualcosa di grave, nei dibattiti pubblici la domanda arriva subito: «Dov’era la scuola? Che cosa hanno fatto i professori?» Chiedere conto delle responsabilità della scuola è giusto. Trasformarla nel capro espiatorio di ogni fallimento educativo è ingiusto. Un insegnante non può conoscere e governare da solo tutto ciò che forma la vita di un ragazzo fuori dall’aula.
Questo non significa che i docenti si tirino indietro. Al contrario, fanno di tutto per educare i ragazzi e usano tutti i mezzi a loro disposizione: la lezione, il dialogo, l’ascolto, le attività condivise, il confronto con le famiglie. Spesso si accorgono di una difficoltà prima ancora che uno studente trovi le parole per esprimerla. Cercano di aiutarlo, anche quando il tempo è poco e gli strumenti sono insufficienti.
Ma i docenti sono professionisti formati e specializzati nella propria materia di insegnamento. Non sono “tuttologi”. Non si può pretendere che ciascuno sia, nello stesso momento, insegnante, psicologo, assistente sociale ed esperto di ogni disagio giovanile. Quando una situazione richiede competenze diverse, bisogna poter contare su altre figure e su una rete che collabori con la scuola.
Una responsabilità che appartiene a tutti
La famiglia è il primo luogo in cui si impara a rispettare l’altro, ad accettare un limite e a riconoscere le conseguenze dei propri gesti. La scuola accompagna questa crescita attraverso lo studio e la vita comune. Lo Stato deve sostenerla con risorse e servizi adeguati. Anche le associazioni, le comunità religiose, lo sport e i mezzi di comunicazione educano, attraverso i comportamenti che propongono e i messaggi che diffondono.
Per questo lo Stato dovrebbe investire di più nell’assunzione dei docenti necessari e nella presenza stabile di psicologi a scuola, a sostegno degli studenti, delle famiglie e del personale. Ritengo inoltre opportuno affidare l’educazione civica a un docente specifico, con tempo e responsabilità definiti. Il rispetto delle persone, i diritti, i doveri e la convivenza non possono essere affrontati soltanto quando un fatto di cronaca ci costringe a parlarne.
Anche i mezzi di comunicazione dovrebbero interrogarsi sul proprio ruolo. Raccontare un’aggressione è doveroso; cercare subito nella scuola l’unico colpevole impedisce di vedere il problema nella sua interezza. Che cosa accade nella vita dei ragazzi fuori dalle lezioni? Quale sostegno ricevono le famiglie in difficoltà? Quali esempi di rispetto offriamo noi adulti?
Da ex docente, so che la scuola può fare molto. So anche che ha bisogno della fiducia delle famiglie, del lavoro di altri professionisti e di uno Stato disposto a investire in chi ogni giorno lavora con i giovani.
Un ragazzo cresce attraverso gli incontri che vive ogni giorno. Non chiediamo miracoli ai professori. Diamo loro gli strumenti per lavorare e, soprattutto, camminiamo al loro fianco.
prof. Tonino Maiorana
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