Dalla Lettera pastorale “Nigra sum sed formosa” una riflessione sulla comunione tra vescovo, presbiteri, diaconi, religiose e religiosi, ministri istituiti, operatori pastorali e tutto il Popolo di Dio
diacono Tonino Maiorana
C’è una parola che, più di altre, può aiutarci a comprendere la nuova Lettera pastorale dell’Arcidiocesi di Messina-Lipari-Santa Lucia del Mela: sinfonia.
Non è casuale che Nigra sum sed formosa venga presentata proprio come “Lettera sinfonica alla comunità diocesana”.
L’immagine è suggestiva, ma soprattutto profondamente ecclesiale.
Una sinfonia non nasce da un solo strumento. Il violino non deve diventare tromba, il flauto non deve sostituirsi al violoncello e nessuno strumento può pretendere di essere l’intera orchestra. Ciascuno conserva il proprio timbro, la propria identità, la propria funzione; eppure tutti sono chiamati ad ascoltarsi, ad accordarsi, a seguire la medesima partitura.
Se uno strumento volesse suonare sempre più forte degli altri, non avremmo più una sinfonia. Avremmo soltanto rumore.
Forse è proprio questa una delle immagini più belle per parlare oggi della Chiesa e della sua ministerialità.
La Lettera stessa spiega che “sinfonica” rimanda all’idea dell’“accordarsi”, del “parlare insieme”: non significa che tutti debbano dire la stessa cosa, ma che voci, sensibilità e storie differenti imparino ad ascoltarsi e a convergere verso un fine comune. Lettera pastorale
Ed è qui che la Lettera smette di essere soltanto un testo da leggere e diventa una domanda rivolta alle nostre comunità:
sappiamo davvero suonare insieme?
Dal “fare tutto” al “camminare insieme”
La Lettera nasce dentro un cammino ecclesiale segnato fortemente dall’ascolto. La visita pastorale ha coinvolto parroci, presbiteri, diaconi, religiosi, laici e operatori pastorali, non secondo la logica di direttive semplicemente imposte dall’alto, ma attraverso il confronto sui punti di forza e sulle criticità delle comunità, con l’invito a superare i particolarismi e le “chiusure pastorali”. Lettera pastorale
Qui emerge una questione decisiva.
Una comunità cristiana non cresce quando una persona riesce a fare tutto.
Cresce quando ciascuno viene aiutato a mettere il proprio dono a servizio di tutti.
La ministerialità, infatti, non è distribuzione di piccoli spazi di potere. Non significa stabilire gelosamente: “questo appartiene a me, quello appartiene a te”.
Significa riconoscere che i doni sono differenti e che proprio questa diversità può diventare ricchezza quando viene vissuta nella comunione.
Per questo una Chiesa veramente sinodale non può essere costruita attorno alla personalità di qualcuno.
La Chiesa non è personale: è ministeriale.
E una Chiesa ministeriale ha bisogno di una parola tanto semplice quanto difficile da vivere: fiducia.
Fidarsi dell’altro. Lasciargli spazio. Riconoscere il suo carisma. Permettergli di crescere. Accettare perfino che possa fare qualcosa diversamente da come l’avremmo fatta noi.
La comunione comincia anche da qui.
Il vescovo: custode della comunione
Nella sinfonia ecclesiale il vescovo possiede una responsabilità propria e insostituibile. È chiamato a custodire la comunione della Chiesa particolare, confermare nella fede, discernere i carismi e orientare il cammino missionario.
Ma la stessa scelta di una Lettera “sinfonica” contiene un messaggio significativo: la voce del Pastore non vuole rimanere una voce isolata.
La Lettera è infatti costruita attraverso una pluralità di contributi. La voce dell’Arcivescovo incontra quella dei presbiteri e dei diaconi chiamati ad approfondire le diverse dimensioni bibliche, teologiche e pastorali, trasformando il documento in un’opera corale. Lo stesso testo definisce questa scelta un modo concreto di tradurre la sinodalità in ascolto e studio comune.
È un’immagine importante dell’autorità ecclesiale.
L’autorità non perde qualcosa quando ascolta.
Al contrario, diventa più feconda quando genera comunione.
Il vescovo non è chiamato a spegnere le diverse voci, ma ad aiutarle ad accordarsi; non ad annullare le differenze, ma a custodirle dentro l’unità.
Il presbitero: pastore che fa crescere i doni
Lo stesso principio riguarda il presbitero e, in modo particolare, il parroco.
Essere pastore non significa accentrare ogni attività della comunità.
Il vero pastore non misura la propria importanza soltanto dalle cose che riesce personalmente a fare, ma anche dalle persone che riesce a coinvolgere, accompagnare e far crescere.
C’è infatti una differenza profonda tra avere collaboratori e vivere la corresponsabilità.
Il collaboratore rischia di diventare semplicemente qualcuno al quale viene chiesto di eseguire ciò che altri hanno già deciso.
La corresponsabilità nasce invece dall’ascolto, dal confronto, dal discernimento e dalla fiducia.
Un parroco non perde la propria responsabilità quando affida un servizio. La esercita anche attraverso la capacità di riconoscere e valorizzare i doni presenti nella comunità.
La Lettera richiama proprio il superamento dell’isolamento delle singole parrocchie e descrive le assemblee diocesane come laboratori nei quali sacerdoti, diaconi, religiosi e laici hanno dialogato in una prospettiva di corresponsabilità. Lettera pastorale
Una comunità matura, allora, non è quella nella quale il sacerdote deve necessariamente essere celebrante, catechista, organizzatore, animatore e protagonista di ogni iniziativa.
È quella nella quale può essere veramente pastore perché attorno a lui cresce una comunità ministeriale.
Il diacono: ponte tra l’altare e la strada
Dentro questa sinfonia trova la propria collocazione anche il diacono.
Il diacono non è un piccolo prete e neppure un laico al quale è stato semplicemente concesso di svolgere qualche funzione in più. Il suo ministero porta impressa la dimensione del servizio.
Parola, liturgia e carità non sono tre compartimenti separati, ma tre dimensioni di un unico ministero.
Per questo amo pensare al diacono come a un ponte tra l’altare e la strada.
Dall’altare parte verso l’uomo; dalla strada ritorna all’altare portando con sé le ferite, le domande, le lacrime e le speranze delle persone incontrate.
Ma un ponte ha senso soltanto se viene attraversato.
Quando il diacono viene ridotto alla sola funzione liturgica, si rischia di impoverire la ricchezza del suo servizio. Quando invece viene coinvolto nell’annuncio della Parola, nella catechesi, nella carità, nell’accompagnamento delle famiglie, nella vicinanza agli ammalati e nelle periferie esistenziali, emerge con maggiore chiarezza il volto di Cristo servo.
Non è casuale che la Lettera richiami l’attenzione posta alla formazione dei diaconi permanenti, degli aspiranti al diaconato e dei fedeli avviati ai ministeri istituiti. Lettera pastorale
Non figure ornamentali, dunque, ma ministeri da formare, accompagnare e valorizzare.
Religiose e religiosi: il segno profetico di una vita donata
Dentro questa grande sinfonia ecclesiale non può mancare la voce delle religiose e dei religiosi.
La vita consacrata porta nella Chiesa una ricchezza particolare: ricorda a tutti che Dio può diventare il centro di un’esistenza interamente consegnata.
La loro presenza nelle comunità non dovrebbe essere considerata soltanto come una preziosa disponibilità per svolgere attività pastorali.
La prima testimonianza di un consacrato non è ciò che fa, ma ciò che è.
La religiosa che accompagna un ammalato, il religioso che ascolta una persona ferita, chi educa i giovani, chi serve i poveri, chi insegna, chi annuncia il Vangelo, chi vive la contemplazione: sono volti differenti di una vita consegnata.
Anche qui ritorna la logica della sinfonia.
Religiosi, religiose, presbiteri, diaconi e laici non sono mondi paralleli che occasionalmente si incontrano per organizzare qualche iniziativa.
Sono membra dello stesso Corpo.
La vita consacrata, con la ricchezza dei suoi carismi, può aiutare le nostre comunità a ricordare che prima del fare viene l’essere, prima del programma viene l’ascolto, prima dell’efficienza viene la relazione con Cristo.
E nello stesso tempo i differenti carismi trovano piena fecondità ecclesiale quando entrano in dialogo e comunione.
Ancora una volta: nessuno basta a se stesso.
Ministri istituiti e operatori pastorali: servire non significa occupare uno spazio
Accanto ai ministri ordinati e ai consacrati vi sono i ministri istituiti e la moltitudine degli operatori pastorali.
Lettori, accoliti, catechisti, ministri straordinari della Comunione, animatori della liturgia e della carità, membri dei consigli pastorali, educatori, responsabili dei gruppi, cantori, organisti e tanti uomini e donne che, spesso lontano dai riflettori, rendono concretamente viva una comunità.
Qui occorre compiere un passaggio culturale.
Non basta dire ai laici: “Abbiamo bisogno di voi”.
Dovremmo arrivare a dire: “La Chiesa ha bisogno del dono che Dio ha affidato a voi”.
Sembrano due espressioni simili, ma non lo sono.
Nella prima qualcuno rischia di rimanere al centro e gli altri vengono chiamati ad aiutarlo.
Nella seconda al centro c’è Cristo e ciascuno, secondo la propria vocazione e responsabilità, mette a disposizione il dono ricevuto.
Tutto il Popolo di Dio: nessuno può restare spettatore
Ma dobbiamo compiere ancora un passo.
Se ci fermassimo al vescovo, ai presbiteri, ai diaconi, ai consacrati, ai ministri istituiti e agli operatori pastorali, rischieremmo ancora di immaginare la Chiesa come l’insieme di coloro che possiedono un incarico.
La Chiesa è molto di più.
La Chiesa è tutto il Popolo di Dio.
È la madre che trasmette la fede ai figli.
È il padre che cerca di vivere il Vangelo nel lavoro.
È il giovane che si interroga sul proprio futuro.
È l’anziano che offre la propria preghiera.
È l’ammalato che vive la fragilità affidandosi al Signore.
È la famiglia che ogni giorno prova ad amarsi, perdonarsi e ricominciare.
È chi serve senza avere un titolo, un incarico, una veste o un posto riservato.
Ed è anche chi si trova sulla soglia: chi partecipa raramente, chi si è allontanato, chi porta domande ancora senza risposta, chi è rimasto ferito, chi vorrebbe riavvicinarsi ma non trova il coraggio di compiere il primo passo.
Anche queste persone appartengono all’orizzonte della missione ecclesiale.
La sinodalità, allora, non consiste soltanto nel far collaborare meglio coloro che sono già impegnati.
Significa diventare una Chiesa capace di ascoltare tutti, soprattutto coloro la cui voce rischia di non essere ascoltata.
La Lettera indica tra gli obiettivi pastorali proprio il superamento dell’individualismo ecclesiale e dell’autoreferenzialità dei gruppi clericali e laicali, insieme a una maggiore collaborazione nella logica delle unità pastorali. Lettera pastorale
Anche una comunità molto attiva può infatti diventare autoreferenziale.
Anche noi operatori pastorali possiamo arrivare a pensare, quasi inconsapevolmente, che la parrocchia appartenga soprattutto a chi la frequenta ogni giorno.
Ma la Chiesa non appartiene agli operatori pastorali. Appartiene a Cristo. E Cristo la manda verso tutti.
Il vero ostacolo può essere dentro di noi
Evagrio Pontico (monaco cristiano 345-399) insegna che la vera battaglia spirituale non si combatte innanzitutto contro nemici esterni, ma contro quelle passioni interiori che, se non riconosciute, possono diventare catene.
Questo vale anche nella vita ecclesiale.
Possiamo parlare moltissimo di sinodalità e, nello stesso tempo, essere interiormente incapaci di lasciare spazio all’altro.
Possiamo predicare il servizio e desiderare il riconoscimento.
Possiamo parlare di comunione e vivere la collaborazione come competizione.
Possiamo difendere il nostro ministero fino a trasformarlo, quasi senza rendercene conto, in un territorio personale.
Evagrio pone tra gli otto loghismoi anche la vanagloria e la superbia, passioni capaci di distogliere il cuore dalla comunione con Dio. Libro corretto
E questa è una provocazione spirituale anche per le nostre comunità.
Perché il clericalismo e l’autoreferenzialità non si superano semplicemente modificando gli organigrammi.
Occorre convertire il cuore.
La vera sinodalità comincia dentro di noi, quando smettiamo di vedere l’altro come qualcuno che sottrae spazio e iniziamo a riconoscerlo come qualcuno che porta un dono.
Non “chi comanda?”, ma “chi serve?”
Vescovo, presbiteri, diaconi, religiose e religiosi, ministri istituiti, operatori pastorali e fedeli laici non sono gradini di una scala sulla quale qualcuno vale di più e qualcuno vale di meno.
Le responsabilità sono differenti. I ministeri non sono intercambiabili.
Il ministero ordinato possiede una sua specificità, così come la vita consacrata, i ministeri istituiti e gli altri servizi ecclesiali hanno una propria identità.
Ma diversità non significa contrapposizione.
E soprattutto la diversità delle funzioni non cancella la comune dignità che nasce dal Battesimo.
Il problema comincia quando trasformiamo una differenza di responsabilità in distanza tra le persone.
Gesù ha capovolto la logica del potere: nella sua comunità, essere grandi significa servire.
Forse dovremmo allora cambiare alcune delle nostre domande.
Non soltanto: “A chi compete?”, ma anche: “Chi può servire meglio, in questo momento, il Popolo di Dio?”
Non: “Chi deve apparire?”, ma: “Chi deve essere raggiunto?”
Non: “Qual è il mio spazio?”, ma: “Quale dono posso mettere a disposizione?”
Non: “Chi conta di più?”, ma: “Chi posso servire?”
Una Chiesa dove nessuno è spettatore
La grande sfida indicata dalla Lettera “sinfonica” potrebbe allora essere condensata proprio qui: passare dalla semplice collaborazione alla corresponsabilità e dalla corresponsabilità alla comunione.
Una Chiesa nella quale il vescovo custodisce l’unità e orienta il cammino; i presbiteri guidano e accompagnano le comunità loro affidate; i diaconi rendono visibile Cristo servo e diventano ponte tra l’altare e la strada; le religiose e i religiosi testimoniano la radicalità evangelica e la ricchezza dei carismi; i ministri istituiti mettono stabilmente i propri doni al servizio della comunità; gli operatori pastorali trasformano capacità e carismi in servizio; e tutto il Popolo di Dio, in forza del Battesimo, partecipa alla vita e alla missione della Chiesa.
Non tutti fanno tutto. Non tutti hanno la stessa responsabilità. Non tutti hanno ricevuto lo stesso ministero.
Ma tutti sono necessari.
Il problema nasce quando la diversità diventa distanza; quando il ministero diventa privilegio; quando il servizio diventa potere; quando il carisma diventa proprietà; quando la responsabilità diventa protagonismo.
La sinfonia nasce invece quando ciascuno comprende una verità fondamentale: il dono ricevuto non gli appartiene. Gli è stato affidato per gli altri.
Potremmo allora dirlo così:
Il vescovo non senza i presbiteri.
I presbiteri non senza i diaconi.
I ministri ordinati non senza religiose e religiosi.
I ministri istituiti non senza la comunità.
Gli operatori pastorali non senza il Popolo di Dio.
Il Popolo di Dio non come spettatore, ma come soggetto vivo della missione.
E nessuno senza Cristo.
Questa è la Chiesa che l’immagine della sinfonia ci invita a riscoprire.
Non una piramide di protagonismi, ma una comunione di vocazioni, ministeri e carismi.
“Nigra sum sed formosa”: la bellezza di una Chiesa fragile che continua ad amare
Il titolo della Lettera ci riporta infine alla realtà.
Nigra sum sed formosa: sono nera, ma bella.
La comunità ecclesiale non deve fingere di essere perfetta.
La Lettera riconosce stanchezze, fragilità e divisioni, ma proprio dentro questa “nerezza” individua la possibilità di una bellezza che nasce dalla grazia, dalla santità quotidiana, dal servizio silenzioso e dalla vicinanza agli ultimi.
È forse questa la Chiesa più credibile.
Non una Chiesa senza ferite, ma una Chiesa che sa trasformare le ferite in luoghi di incontro.
Non una Chiesa nella quale qualcuno deve continuamente dimostrare di essere più importante.
Non una Chiesa nella quale i ministeri diventano confini da difendere.
Ma una Chiesa nella quale ciascuno può dire all’altro: “Il tuo dono non diminuisce il mio. Lo completa.”
Una Chiesa così non ha bisogno di protagonisti. Ha bisogno di servitori.
Non ha bisogno di uomini e donne preoccupati di difendere il proprio posto. Ha bisogno di fratelli e sorelle capaci di fare spazio.
Perché la vera sinodalità comincia quando comprendiamo finalmente che l’altro non è un concorrente del mio ministero, ma un dono di Dio per la Chiesa.
E allora il vescovo, i presbiteri, i diaconi, le religiose e i religiosi, i ministri istituiti, gli operatori pastorali, le famiglie, i giovani, gli anziani, gli ammalati e ogni battezzato non saranno tante voci impegnate a cercare ciascuna il proprio spazio.
Saranno voci diverse che hanno imparato ad ascoltarsi. A rispettarsi. A valorizzarsi. A servirsi reciprocamente.
E forse proprio allora comprenderemo fino in fondo perché questa Lettera è stata chiamata “sinfonica”.
Perché la Chiesa è bella non quando tutti fanno la stessa cosa, ma quando ciascuno offre il proprio dono e tutti imparano a camminare nella stessa direzione.
Una sinfonia di vocazioni, ministeri e carismi, nella quale l’unico vero protagonista è Cristo e l’unica ambizione possibile è servire.
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