Riflessione teologica, liturgica e pastorale per aiutare le parrocchie, i cori e gli animatori musicali a riscoprire il valore del canto nella celebrazione eucaristica.
diacono Tonino Maiorana
Il canto nasce dalla Parola di Dio
La Sacra Scrittura è attraversata dalla musica e dal canto.
Quando il popolo d’Israele attraversa il Mar Rosso e sperimenta la liberazione dalla schiavitù, Mosè e gli Israeliti innalzano un canto al Signore (Es 15,1-18).
Non cantano per rendere più solenne una cerimonia. Cantano perché hanno sperimentato la salvezza.
Il canto diventa così la risposta dell’uomo all’azione di Dio.
Nel Salmo 95 troviamo un invito che dovrebbe risuonare nel cuore di ogni comunità cristiana:
«Venite, cantiamo al Signore, acclamiamo la roccia della nostra salvezza» (Sal 95,1).
Anche nel Nuovo Testamento san Paolo esorta i cristiani a lasciarsi guidare dalla Parola di Cristo, cantando salmi, inni e canti spirituali con gratitudine a Dio (Col 3,16).
E lo stesso Gesù, dopo l’Ultima Cena, prima di recarsi al monte degli Ulivi, canta un inno insieme ai discepoli (Mt 26,30).
Questo particolare evangelico è straordinario.
Gesù si prepara ad affrontare la passione e la morte, eppure canta.
Il canto accompagna il suo dono d’amore.
Da questo comprendiamo che la musica liturgica non nasce semplicemente dall’emozione umana, ma dalla fede, dall’ascolto della Parola e dall’incontro con il mistero pasquale.
Una comunità che canta con fede non sta semplicemente eseguendo una melodia: sta proclamando, con una sola voce, la propria appartenenza a Cristo.
Il coro parrocchiale: un ministero, non un palcoscenico
Uno degli aspetti più importanti da chiarire riguarda il ruolo del coro.
Nelle nostre parrocchie abbiamo tante persone che, con generosità, dedicano tempo alle prove, alla preparazione dei canti e all’animazione delle celebrazioni.
Il loro servizio è prezioso e merita riconoscenza.
Tuttavia, è necessario ricordare che il coro non è il protagonista della liturgia.
Il protagonista è Cristo, che associa la Chiesa alla sua azione sacerdotale.
La Musicam Sacram, istruzione sulla musica nella sacra liturgia del 5 marzo 1967, ricorda che la schola cantorum ha il compito di eseguire le parti che le sono proprie e favorire la partecipazione attiva dei fedeli.
Questo significa che il coro deve sostenere l’assemblea, non sostituirsi ad essa.
Quando un coro canta tutto, senza lasciare spazio alla partecipazione del popolo, rischia di trasformare un servizio liturgico in una prestazione musicale.
La bellezza dell’esecuzione è certamente importante, ma non può diventare più importante della preghiera comunitaria.
Il buon coro non è necessariamente quello che esegue i brani più complessi.
È quello che riesce a far cantare anche la persona seduta nell’ultimo banco.
È quello che accompagna il bambino, sostiene l’anziano, incoraggia chi è timido e aiuta tutti a sentirsi parte di un’unica famiglia.
Il coro dovrebbe domandarsi, dopo ogni celebrazione, non soltanto: «Abbiamo cantato bene?», ma soprattutto: «Abbiamo aiutato la comunità a pregare?»
La scelta dei canti: non tutto è adatto a ogni momento
Una delle difficoltà più frequenti nelle parrocchie riguarda la scelta del repertorio.
Spesso si scelgono i canti perché piacciono al coro, perché sono conosciuti oppure perché sono particolarmente emozionanti.
Ma la liturgia possiede un linguaggio, una struttura e una propria spiritualità.
Ogni canto deve rispettare il momento celebrativo nel quale viene inserito.
Non basta che un brano parli di Dio, di amore o di pace per essere automaticamente adatto alla celebrazione eucaristica.
Occorre verificare il contenuto teologico, il rapporto con la Parola proclamata, il tempo liturgico e la funzione rituale.
Il canto d’ingresso: diventare un solo popolo
Il canto d’ingresso ha il compito di aprire la celebrazione, favorire l’unione dei fedeli, introdurli nel mistero del tempo liturgico e accompagnare la processione del sacerdote e dei ministri.
Non dovrebbe essere scelto soltanto perché allegro o coinvolgente.
Durante l’Avvento, per esempio, dovrebbe aiutare a vivere l’attesa del Signore. In Quaresima dovrebbe favorire la conversione. Nel tempo pasquale dovrebbe esprimere la gioia della Risurrezione.
La comunità che canta all’inizio della Messa manifesta una verità profonda: non siamo tante persone isolate che si trovano casualmente nello stesso edificio, ma un solo popolo convocato dal Signore.
Il Salmo responsoriale: Dio parla e il popolo risponde
Il Salmo responsoriale merita un’attenzione particolare.
Non è un intervallo musicale tra due letture.
È Parola di Dio, parte integrante della Liturgia della Parola.
Per questo dovrebbe essere preferibilmente cantato, almeno nel ritornello affidato all’assemblea, rispettando il testo previsto dal Lezionario.
Il salmista non deve cercare l’applauso, ma aiutare la comunità a trasformare la Parola ascoltata in preghiera.
L’Alleluia: accogliere Cristo che parla
L’Alleluia è un’acclamazione al Vangelo.
Non è un canto da eseguire semplicemente per riempire il tempo necessario alla processione verso l’ambone.
È il saluto gioioso della comunità a Cristo che sta per parlare attraverso il Vangelo.
Durante la Quaresima l’Alleluia viene omesso e sostituito, secondo le indicazioni liturgiche, da un’altra acclamazione prevista.
In Avvento, invece, l’Alleluia rimane.
È importante ricordarlo, perché talvolta nelle nostre comunità si confondono le caratteristiche dei diversi tempi liturgici.
La presentazione dei doni: offrire la propria vita
Durante la presentazione dei doni il canto accompagna il rito.
Il pane e il vino portati all’altare richiamano anche la nostra esistenza quotidiana: il lavoro, la famiglia, le fatiche, le sofferenze e le speranze.
Il canto dovrebbe favorire questo atteggiamento di offerta.
Non è necessario cantare sempre: anche un accompagnamento strumentale appropriato o il silenzio possono aiutare la preghiera, secondo le norme liturgiche.
Il Santo: unirsi alla liturgia del cielo
Il Santo occupa un posto particolarmente importante.
È l’acclamazione con la quale tutta l’assemblea si unisce alla lode celeste al termine del prefazio.
Proprio per questo non dovrebbe diventare un’esibizione riservata al coro.
La comunità deve poterlo cantare.
Occorre inoltre rispettarne il testo liturgico, senza sostituirlo con composizioni che ne modificano liberamente le parole.
L’Agnello di Dio: accompagnare la frazione del pane
L’Agnello di Dio accompagna il gesto della frazione del pane.
Non è semplicemente un canto penitenziale, ma una litania rivolta a Cristo, Agnello immolato per la nostra salvezza.
La sua durata deve essere adeguata al gesto rituale che accompagna.
Il canto di Comunione: manifestare l’unità
Durante la Comunione il canto esprime l’unione spirituale dei fedeli che si accostano alla mensa eucaristica.
Non dovrebbe essere scelto soltanto in base al gusto musicale.
Deve aiutare a contemplare il mistero dell’Eucaristia, la comunione con Cristo e la fraternità ecclesiale.
È opportuno distinguere il canto che accompagna la processione di Comunione da un eventuale canto di ringraziamento dopo la distribuzione.
E soprattutto occorre custodire anche il silenzio.
Perché dopo aver ricevuto il Corpo di Cristo, il cuore ha bisogno di ascoltare.
Il congedo: dalla chiesa alla vita
Il rito di conclusione ci ricorda che la celebrazione non termina semplicemente con l’uscita dalla chiesa.
Comincia la missione.
Il canto finale, quando previsto dalla consuetudine, può accompagnare questa dimensione missionaria, ma non costituisce una parte obbligatoria dell’Ordinario della Messa.
Dovrebbe comunque esprimere la gioia e la responsabilità di portare nella vita ciò che abbiamo celebrato.
Non possiamo cantare l’amore di Dio durante la Messa e dimenticarci del fratello appena usciamo dalla chiesa.
La partecipazione dell’assemblea: il vero obiettivo dell’animazione musicale
Il Concilio Vaticano II insiste sulla partecipazione piena, consapevole e attiva dei fedeli (SC 14).
Questa partecipazione non significa necessariamente cantare continuamente.
Significa essere interiormente coinvolti nell’azione liturgica.
Ci sono momenti nei quali l’assemblea canta, altri nei quali ascolta, risponde, acclama o rimane in silenzio.
Tutti questi atteggiamenti possono essere forme autentiche di partecipazione.
Tuttavia, dobbiamo riconoscere una difficoltà pastorale.
In molte parrocchie l’assemblea canta poco.
Perché?
Talvolta i canti cambiano continuamente. Altre volte sono troppo difficili, vengono eseguiti in tonalità poco adatte oppure non sono mai stati insegnati ai fedeli.
Può accadere anche che gli strumenti musicali coprano completamente le voci dell’assemblea.
In questi casi occorre cambiare prospettiva.
Non dobbiamo domandarci come rendere più spettacolare il coro, ma come aiutare il popolo di Dio a partecipare.
Un repertorio condiviso, semplice ma dignitoso, può diventare uno strumento straordinario di comunione.
Non è necessario introdurre continuamente nuovi brani.
Talvolta è pastoralmente più utile riprendere un canto conosciuto, eseguirlo bene e permettere a tutti di unirsi.
La musica non deve coprire la Parola di Dio
C’è un principio che considero fondamentale nella vita pastorale: dobbiamo dare più spazio alla Parola di Dio e meno alla parola dell’uomo.
Questo vale anche per il canto.
La musica deve servire la Parola, non sovrastarla.
Quando scegliamo un canto, dovremmo chiederci quale messaggio trasmette.
È coerente con il Vangelo?
Aiuta a comprendere il mistero celebrato?
È teologicamente corretto?
Oppure esprime soltanto sentimenti generici, senza un vero riferimento alla fede cristiana?
La musica liturgica non deve essere confusa con una semplice canzone religiosa.
Un brano può essere spiritualmente bello e adatto a un incontro di preghiera, a una catechesi o a una veglia, senza essere necessariamente appropriato per ogni momento della Santa Messa.
La liturgia non è il luogo nel quale ciascuno propone ciò che preferisce.
È il luogo nel quale la Chiesa celebra il mistero di Cristo secondo la propria fede e le proprie norme.
Anche il silenzio è musica della liturgia
Viviamo in una società continuamente attraversata da rumori, parole, immagini e suoni.
Anche nelle nostre celebrazioni rischiamo di avere paura del silenzio.
Appena termina una lettura, parte una melodia.
Appena finisce la Comunione, comincia un altro canto.
Eppure il silenzio non è un vuoto da riempire.
È uno spazio nel quale Dio può parlare al cuore.
L’Ordinamento Generale del Messale Romano richiama espressamente il valore del sacro silenzio, da osservare nei momenti opportuni della celebrazione (OGMR 45).
Il silenzio dopo le letture, dopo l’omelia e dopo la Comunione favorisce l’interiorizzazione della Parola e la preghiera personale.
Un buon animatore liturgico deve saper riconoscere non soltanto quando iniziare un canto, ma anche quando è opportuno non cantare.
Perché una comunità che sa fare silenzio davanti a Dio è una comunità che sta imparando ad ascoltare.
Una proposta concreta per le nostre parrocchie
Ritengo che ogni parrocchia dovrebbe promuovere un piccolo percorso di formazione liturgico-musicale, coinvolgendo il parroco, il diacono, i responsabili dei cori, i salmisti, gli strumentisti, i catechisti e il gruppo liturgico.
Non si tratta di organizzare soltanto prove musicali.
Si tratta di formare persone che comprendano il significato spirituale e rituale del servizio che svolgono.
Propongo alcune indicazioni pratiche.
Formare prima di cantare
Organizzare incontri periodici sulla liturgia, sulla Parola di Dio e sul significato dei diversi canti della Messa.
Programmare insieme
Preparare i canti delle domeniche e delle solennità con il parroco e il gruppo liturgico, considerando letture e tempi liturgici.
Coinvolgere tutta l’assemblea
Insegnare gradualmente nuovi ritornelli prima della celebrazione, senza trasformare la Messa in una prova musicale.
Creare un repertorio parrocchiale comune
Concordare un nucleo di canti conosciuti, liturgicamente appropriati e utilizzabili dai diversi cori della comunità.
Coltivare la comunione tra i cori
Evitare rivalità, protagonismi e divisioni. La diversità degli stili musicali può diventare una ricchezza quando tutti condividono lo stesso spirito di servizio.
Una scheda pratica per preparare i canti della Messa domenicale
Questa semplice traccia può essere utilizzata dai responsabili dei cori durante la preparazione settimanale, tenendo presenti le norme liturgiche e i testi propri della celebrazione.
| Momento | Criterio di scelta |
|---|---|
| Ingresso | Tempo liturgico, mistero celebrato e unità dell’assemblea |
| Kyrie | Acclamazione a Cristo e invocazione della sua misericordia |
| Gloria | Testo liturgico integrale nei giorni previsti |
| Salmo responsoriale | Testo del Lezionario, preferibilmente cantato |
| Alleluia | Acclamazione al Vangelo; in Quaresima si usa quella prevista |
| Presentazione dei doni | Accompagnamento rituale e spiritualità dell’offerta |
| Santo | Testo liturgico e partecipazione dell’assemblea |
| Acclamazione memoriale | Formula prevista dal Messale |
| Agnello di Dio | Accompagnamento della frazione del pane |
| Comunione | Mistero eucaristico, comunione ecclesiale e processione |
| Dopo la Comunione | Ringraziamento oppure silenzio |
| Finale | Eventuale canto coerente con la missione cristiana |
A questa scheda aggiungerei una domanda da porre durante ogni riunione di preparazione: quali parti della celebrazione permetteranno realmente al popolo di cantare?
Infatti, non basta programmare molti canti. Occorre distribuire correttamente gli interventi, dare priorità alle acclamazioni e ai dialoghi liturgici e rispettare i momenti nei quali è opportuno ascoltare o tacere.
Il diacono, il parroco e gli animatori: una collaborazione necessaria
La preparazione della liturgia non dovrebbe essere lasciata esclusivamente al coro.
È un servizio ecclesiale che richiede collaborazione.
Il parroco, quale responsabile della vita liturgica della comunità, deve promuovere una formazione adeguata e assicurare che le celebrazioni rispettino le indicazioni della Chiesa.
Il diacono, secondo il proprio ministero, può contribuire alla formazione liturgica, alla preparazione delle celebrazioni e all’educazione dell’assemblea alla partecipazione.
Gli animatori musicali, da parte loro, offrono competenze artistiche e sensibilità spirituale.
Il salmista esercita un servizio specifico alla Parola di Dio.
Gli strumentisti sostengono il canto, senza dominarlo.
E l’assemblea non deve mai essere dimenticata.
Mi piace immaginare la liturgia come una grande sinfonia ecclesiale.
Ogni ministero ha una propria voce, una propria funzione e una propria responsabilità.
Nessuno deve coprire l’altro.
Nessuno deve cercare di emergere a discapito degli altri.
Tutti sono chiamati a contribuire all’armonia della celebrazione.
È proprio questa l’immagine di una Chiesa sinfonica: tante voci, tanti doni, tanti ministeri, ma un solo Signore.
Il canto deve continuare fuori dalla chiesa
Vorrei concludere con una riflessione che riguarda non soltanto i cori, ma ogni battezzato.
Che valore avrebbe cantare magnificamente l’amore di Dio se poi non fossimo capaci di amare il fratello?
Che senso avrebbe intonare un canto sulla pace se nelle nostre comunità continuassimo ad alimentare divisioni, gelosie e incomprensioni?
Come potremmo cantare la comunione con Cristo e poi rifiutare la comunione tra noi?
La musica liturgica deve trasformarsi in vita.
Chi canta la misericordia dovrebbe imparare a perdonare.
Chi canta la fraternità dovrebbe accogliere.
Chi canta la pace dovrebbe diventare costruttore di pace.
Chi canta la gioia della Risurrezione dovrebbe portare speranza a chi soffre.
La vera bellezza del canto liturgico non si misura soltanto nell’armonia delle voci, ma nella capacità di trasformare il cuore di chi canta e di chi ascolta.
Una Chiesa che canta è una Chiesa che cammina insieme
Le nostre parrocchie hanno bisogno di riscoprire il valore del canto liturgico.
Non abbiamo bisogno di trasformare le chiese in sale da concerto.
Abbiamo bisogno di comunità che sappiano pregare.
Non abbiamo bisogno di cori che competano tra loro per dimostrare chi sia il migliore.
Abbiamo bisogno di persone che mettano i propri talenti al servizio di Dio e dei fratelli.
Non abbiamo bisogno di riempire ogni momento della celebrazione con una melodia.
Abbiamo bisogno di imparare a cantare, ascoltare e fare silenzio.
Vorrei rivolgere un invito particolare a tutti coloro che prestano servizio nei cori parrocchiali.
Continuate a donare il vostro tempo, la vostra voce, la vostra preparazione e la vostra passione. Ma non dimenticate mai che il vostro primo compito non è far ascoltare quanto siete bravi.
È aiutare un’intera comunità a incontrare Gesù Cristo.
E quando, durante la Santa Messa, una persona anziana, un bambino, una famiglia o qualcuno che da tempo si era allontanato dalla Chiesa riesce a unirsi al canto dell’assemblea, allora il vostro servizio ha raggiunto uno dei suoi frutti più belli.
Perché in quel momento non canta soltanto un coro.
Canta la Chiesa.
E quando la Chiesa canta con il cuore, la sua voce diventa preghiera, la preghiera diventa comunione e la comunione diventa testimonianza.
Il canto più bello che possiamo offrire a Dio è una vita capace di diventare Vangelo.
Riferimenti biblici e liturgici
La mia riflessione riprende e sviluppa pastoralmente i temi del materiale di studio Musicologia, in particolare il rapporto tra canto e celebrazione, le funzioni del coro e dell’assemblea, il significato dei canti della Messa e il valore del silenzio. Alcune indicazioni sono state precisate alla luce della normativa liturgica.
- Sacra Scrittura: Es 15,1-18; Sal 95; Mt 26,30; Col 3,16; Ef 5,19.
- Concilio Vaticano II, Sacrosanctum Concilium, nn. 14, 30, 112-121.
- Sacra Congregazione dei Riti, Musicam Sacram, 5 marzo 1967.
- Ordinamento Generale del Messale Romano, in particolare nn. 39-41, 45-48, 61-63, 74, 79, 83, 86-88 e 102-104.
- Conferenza Episcopale Italiana, Repertorio Nazionale di canti per la liturgia.
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